Questa breve autopresentazione mi piacerebbe cominciarla con un verso di una canzone di Bob Dylan, “ My name is nothing, my age less too” ma non posso farlo Il mio direttore mi impone di comunicarvi che mi chiamo Bartolo Di Pierro, ho 41 anni, ed esercito la professione di architetto. Collaboro con B15G da circa due anni sui temi che riguardano l’architettura e l’urbanistica nella nostra città . Qualche volta mi capita di divagare su altro ma ritorno sempre nell’alveo del mio interesse principale. Il mio approccio al giornalismo locale è vecchio. Risale al 1989 allorquando pubblicai un articolo sul periodico “il Biscegliese” dal titolo “Grosso guaio in Bisceglie Antica” in cui criticavo la ricostruzione “com’era e dov’era” di un fabbricato di piazza Castello. Questo articolo mi valse la conoscenza del prof. Peppino Di Molfetta il quale mi chiese di scrivere su “il Nuovo Palazzuolo” un articolo su un caso di sostituzione edilizia di edificio settecentesco su via Matteotti a vantaggio di edificio pluripiano ad appartamenti. E’ amaro riscontrare a distanza di 17 anni che, sempre su quella stessa via, quell’increscioso episodio si sia ripetuto con una ulteriore sostituzione di edilizia settecentesca. Dopo quella esperienza giornalistica seguirono l’anno del servizio civile e la successiva necessità di imparare sul campo la mia professione. Per due lustri mi sono rinchiuso nel privato ad imparare un mestiere ad eccezione di qualche abortito tentativo di impegno culturale attuato all’interno della associazione Archingegno. Nel 2004 un episodio proustiano di memoria involontaria mi ha risuscitato il desiderio di scrivere e di abbandonare il chiuso del mio studio per esporre al pubblico ludibrio le mie opinioni. Ero nella Karlsplatz di Vienna e stavo accarezzando con il candore di un bambino i girasole disegnati da Kolomann Moser sui pannelli della stazioncina della metropolitana progettata da Otto Wagner quando mi risalì in mente, dagli oscuri meandri della memoria, ciò che Peppino Di Molfetta mi aveva confessato molti anni prima chiacchierando sul balcone del suo studio in via Seminario: “Ah, come vorrei che questi grigi fabbricati fossero dipinti con disegni floreali di girasole”. Fu la visione di un attimo in cui rividi tutto quel lontano episodio e mi ricordai anche di come in quel momentaneo scambio di confidenze gli avessi parlato di alcune mie idee sulla interpretazione iconologia della sacra rappresentazione dell’Incontro. Ricordai che Peppino Di Molfetta giudicò storicamente inattendibili queste mie tesi sconsigliandomi di pubblicarle. Per quindici anni avevo portato il peso di questo definitivo giudizio storico che mi aveva frenato la voglia di comunicare ma quella mattina a Vienna sentii librarsi in me lo spirito che aveva animato i secessionisti viennesi, delle cui opere ero finalmente al cospetto, e sentii che fosse giunta ora di liberarsi dal gioco della filologia storica per affermare il valore produttivo della fantasia interpretativa. Ritornato in albergo scrissi di getto due articoli sull’Incontro che titolai “La storia che non è una storia”. Salvatore Valentino, il direttore di B15G, ebbe la pazienza di pubblicarli sul suo giornale e nacque così una collaborazione che continua senza soluzione di continuità da due anni. C’è solo un episodio che il mio direttore non sa di questa vicenda e che voglio confessargli: quei primi due articoli li ho scritti non al comodo di una scrivania ma seduto sulla tazza del WC. Oltre ad essere un cesso di giornalista sono anche un giornalista da cesso!
(Nota del Direttore. Il requisito essenziale per far parte di questa scalcinata Redazione è “l’autoironia”, unita ad una forte consapevolezza del proprio spessore culturale, utile a riempire gli abissali vuoti di cui si inebria la società civile biscegliese. Insomma, siamo assimilabili ai Missionari Comboniani del Kenya, che non possono (ahiloro!) disporre di cessi porcellanati).










